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zoomLa più grande delle isole partenopee, situata al margine settentrionale del golfo di Napoli, è di origine vulcanica. Montuosa, con una costa poco incisa, è ricca di sorgenti termali che la rendono, fin dall’antichità, rinomato centro di cure. Una breve storia dell’isola è narrata nel brano tratto dalla Guida Rossa Napoli e dintorni del Touring Club Italiano.
Nell’antichità l’isola venne indicata con nomi aventi relazione con la sua natura vulcanica. Dai greci dell’Eubea venne detta Pithecusa (Pithecusae o Pithecussae), il cui nome secondo alcuni sarebbe stato esteso anche a Procida, per altri invece ristretto solo all’isolotto del Castello, per altri ancora all’abitato di Lacco Ameno, e che significherebbe “isola delle scimmie” ossia dei malefici Cercopi, mitici abitatori delle terre vulcaniche; secondo Plinio invece fu così detta per l’industria dei vasi di creta o per il culto ad Apollo Pizio. Virgilio la chiamò Inarime e altri Arime. In epoca romana tuttavia s’impose il nome Aenaria, forse dai floridi vigneti, ma che potrebbe anche dalla voce ionica ainos, cioè “veemente, terrificante”. L’attuale denominazione appare per la prima volta in una lettera di Leone III a Carlo Magno dell’813 (da insula, poi iscla); secondo alcuni però si tratterebbe di una corruzione di Ischra (I-schra), che nelle lingue semitiche significa “isola nera”.

È incerto se l’isola fosse abitata durante la preistoria. In epoca storica venne colonizzata (VII-VI secolo a.C.) dai Calcidesi o Eubei (Eretriesi), che furono però costretti a fuggire sulla costa campana per l’eruzione del Montagnone (fine VI secolo a.C.?). Quando nel 474 a.C. Gerone di Siracusa, chiamato in aiuto dai Cumani, vinse in battaglia navale gli Etruschi, occupò Ischia e le isole vicine, lasciandovi un presidio militare e facendo costruire, sull’isolotto davanti all’attuale città di Ischia, un castello che nel medioevo era ancora detto Castel Gerone. Ma il presidio fu messo in fuga dall’eruzione del 470 ca. e l’isola fu occupata dai Napoletani, poi dai Romani, al zoomtempo (322 a.C.) del consolato di L. Cornelio Lentulo e Q. Publio Filone. Nell’87 vi riparò per breve tempo Mario. Nel 6 d.C. Augusto la restituì a Napoli in cambio di Capri e Ischia divenne luogo di villeggiatura dei Romani, per la bontà del clima e per le acque salutari.
Subì poi invasioni barbariche e il dominio degli Eruli, degli Ostrogoti e dei Greci. Nel 588 l’imperatore bizantino Maurizio la pose sotto il dominio diretto di Napoli e dal 661 essa ebbe il governo di un conte dipendente dal duca di Napoli. Fu devastata dai Saraceni nell’813 e 847; nel 1004 fu occupata da Enrico II detto lo Zoppo o il Santo; passò nel 1130 sotto Ruggero II Normanno; nel 1135 e 1137 fu depredata dai Pisani, poi ebbe il dominio svevo e angioino. Nel 1282, dopo i Vespri Siciliani, si ribellò a Carlo I riconoscendo Pietro d’Aragona, ma l’angioino la riprese l’anno dopo; nel 1284 fu conquistata da Ruggero di Lauria all’aragonese. Carlo II d’Angiò tentò di prenderla nell’ottobre 1291 e la ebbe solo il 4 luglio 1299 dopo una vittoria sull’armata siciliana.

Nel 1302, quando avvenne l’ultima eruzione storica, gli abitanti fuggirono a Baia e tornarono dopo 4 anni, raccogliendosi nell’isolotto del Castello. Nel 1320 Roberto d’Angiò con la moglie Sancia visitò Ischia e fu ospitato nel castello da Cesare Sterlich, già inviato da Carlo II presso la Santa Sede e governatore dell’isola dal 1306 e allora quasi centenario. Molto soffrì l’isola dalle lotte del periodo angioino-durazzesco. Nel 1382 fu presa da Carlo Durazzo, nel 1385 da Luigi II d’Angiò, da Ladislao Durazzo nel 1386; fu saccheggiata dalla flotta dell’antipapa Giovanni XXIII (1410-1415), comandata dal fratello Gaspare Cossa (1410), ripresa da Ladislao nel 1411. Nel 1422 Giovanna II donò l’isola al figlio adottivo Alfonso d’Aragona, ma quando questi cadde in disgrazia, se la riprese con l’aiuto dei Genovesi (1424). Nel 1438 Alfonso rioccupò il castello cacciandone tutti gli abitanti maschi e chiamò una colonia di Catalani, ai quali sposò le mogli e le figlie degli espulsi. Inoltre fece aprire un più comodo accesso al Castello mediante un ponte che l’unì all’isola, e scavare nella roccia una galleria, tuttora esistenti. Nel 1442 donò l’isola alla favorita Lucrezia d’Alagno , la quale ne affidò il governo a suo cognato Giovanni Torella, ma questi, alla morte di Alfonso (1458), alzò la bandiera angioina. Ferdinando I ordinò ad Alessandro Sforza di cacciare dal castello il Torella e donò nel 1462 l’isola a Garceraldo Requesens e, nel 1464, dopo un breve trionfo del Torella, a Marino Caracciolo.

zoomNel febbraio 1495, alla venuta di Carlo VIII, Ferdinando II sbarcò nell’isola e s’impossessò del castello, dopo avere ucciso di sua mano il castellano sleale Giusto di Candida, lasciandovi a guardia Innico D’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto, che resistette valorosamente agli attacchi della flotta francese ed ebbe il dominio dell’isola. Con lui era la sorella Costanza, donna di virile ardimento; incomincia così la signoria dei D’Avalos, durata fino al 1700. Al principio del 1500 la famiglia salì in grande fama per le virtù guerresche di Ferrante (nato nel castello nel 1488) e di Alfonso, il vero trionfatore di Khair ad-din nell’impresa di Tunisi (1535), e per le virtù delle donne: Costanza già ricordata, che fu letterata e successe al fratello Innico nel 1504, Maria d’Aragona, moglie di Alfonso nel 1523, e particolarmente Vittoria Colonna, la celebre poetessa, le cui nozze con Ferrante D’Avalos furono celebrate nel castello il 27 dicembre 1509.
Durante il 1500 l’isola soffrì incursioni da parte dei corsari: nel 1543 e 1544 Khair ad-din, detto Barbarossa, la devastò facendo 4 mila prigionieri; nel 1548 e 1552 la saccheggiò il famoso Dragut. Fattisi poi più rari e meno temibili (anche per la costruzione delle torri di difesa) gli assalti dei pirati, gli abitanti incominciarono a passare dal castello nell’isola, dove sorse il centro di Ischia. Tuttavia anche in seguito molti abitanti furono fatti schiavi dai pirati; gli ultimi isolani che soffrirono tale sventura furono 6 Foriani andati a tagliare la legna nel 1796 nell’isola di Ventotene.

zoomDurante la rivoluzione di Masaniello (1647) si ebbe nell’isola un tentativo di rivolta contro i feudatari e vi stette qualche tempo il duca di Guisa prima di entrare in Napoli. Essendosi nel 1729 spento il ramo diretto dei D’Avalos, l’isola si costituì in università e tornò al demanio; nel marzo 1734 fu conquistata dai Borboni e amministrata poi da regi governatori che risiedevano nel castello. Nel marzo 1799 gl’isolani innalzarono l’albero della libertà, ma il 3 aprile il commodoro Trowbridge, comandato dal Nelson, vi ristabilì, come nella vicina Procida, il governo regio e, per ordine di Vincenzo Speciale, alcuni patrioti furono impiccati nella piazza ora detta dei Martiri a Procida; tra essi, con altri 12, Francesco Buonocore iuniore, che aveva avuto in Napoli dal francese Championnet l’investitura dell’isola. Il 13 febbraio 1806 i Francesi occuparono l’isola e il 24 giugno resistettero entro il castello agli attacchi degli Inglesi, che però la devastarono. Da allora essa non ebbe più storia particolare.

Lungo la costa, e specialmente a ovest, sorgono numerose torri erette a vedetta e difesa contro i corsari: alcune sono cilindriche, costruite dopo le incursioni di Khair ad-din, altre quadrate, di epoca posteriore. Quando dalle torri si levava il fumo di giorno o il fuoco di notte, le sentinelle, in osservazione sui campanili, scorgendo i segnali, a loro volta suonavano a martello le campane avvertendo la popolazione dell’imminente sbarco dei pirati.
Guida d’Italia. Napoli e dintorni, Touring Club Italiano, Milano 1976.

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